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    II Convegno azionale di storia militare - Roma, 28-29 ottobre 1999

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    EPISTEMOLOGIA DELLA STORIA MILITARE

    di Virgilio Ilari

    Ce nest pas lhistoire, mais lentendement (ou la raison)qui dcouvre le concept. Ce qui est vrai, cest que le con-

    cept risque detre dissimul, certain poques, par les mo-

    difications historiques (...) Lexprience historique a favo-

    ris la prise de conscience thorique. La raison, effective-

    ment, ne sexerce pas dans le vide, elle travaille toujours

    sur une matire, mais Clausewitz distingue, sans les op-

    poser, la conceptualisation et le raisonnement dune part,

    lobservation historique de lautre.

    Raymond Aron,Penser la guerre, I, p. 456.

    Episte...che?

    E naturale che il titolo di questa relazione abbia sollevato qualche

    bonario sorriso, proprio tra chi meglio mi conosce e dunque poteva

    aspettarsi un qualche segno della mia eccentricit ... per non dir di

    peggio! Ma questa relazione nasce dagli stessi questiti sollevati dal

    senatore Brutti, sottosegretario alla Difesa e grande storico del diritto

    romano, nel discorso che ha aperto questo convegno: qual , in ambito

    militare, il rapporto tra storia interna e storia esterna? Qual il

    rapporto tra storia e pensiero militare? Tali quesiti implicano

    lepistemologia, vale a dire una riflessione critica (logos) sulla scienza

    (epistme). Tale riflessione presuppone una filologia, vale a dire

    laccertamento dellorigine e dello sviluppo dei concetti e dei metodi

    scientifici, ma il suo compito specifico di giudicarne il valore cognitivo,

    allo scopo di massimizzarne i risultati teorici e pratici e di orientarne, inprospettiva, il futuro processo evolutivo.

    Nellambito delle scienze umane, e in particolare della storia,

    lesigenza epistemologica generalmente poco avvertita o considerata in

    modo riduttivo, come una mera questione di metodo. Ma pi spesso

    rimossa come secondaria o inessenziale, tanto pi che da parte della

    stragrande maggioranza degli autori, anche accademici e di genio,

    felicemente ignorata.

    Nellambito della storia militare, notoriamente meno acculturata e

    sofisticata di altre discipline storiche, sollevare la questione

    epistemologica pu ancor oggi sembrare una bizzarria se non una

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    impertinente provocazione. Del resto sintomatico che perfino le poche

    dozzine di scritti, per lo pi incidentali e poco pregnanti, dedicati al

    significato e allo scopo della storia militare (v. bibliografia) non sembrano

    aver coscienza di essere embrionali epistemologie di tale disciplina.

    Storia generale e storia caporale

    Oltre a varie ragioni futili, la ragione forte di tante resistenze

    lidea corrente, quasi lapalissiana, che la storia militare sia (o debba

    essere) un settore specializzato della storia cosiddetta generale

    (Gesamtgeschichte). Lo affermava negli anni Trenta la nostra

    Enciclopedia militare, lo hanno ripetuto nella nostra generazione maestri

    insigni come Andr Corvisier e, in riferimento incidentale alla questione

    delle cattedre universitarie specifiche, anche Giorgio Rochat.

    E facile comprendere che tali definizioni riflettono lintentopratico, storicamente e culturalmente determinato, di accreditare gli studi

    storico militari nellambito accademico, dove soltanto in epoca

    recentissima la scienza politica ha germogliato i primi corsi ancillari di

    studi strategici. Nondimeno in esse si manifesta la tassonomia

    sostanzialista e gerarchica degli studi storici alla quale si ispirano appunto

    gli ordinamenti accademici, quel che Fueter chiamava

    Schubladensystem (a proposito del Sicle de Louis XIVvoltairriano,

    capostipite dellhistoire-tableau) e Febvre le systme de la commode,

    nei cui cassetti collocare ordinatamente i vari settori e sottosettori della

    realt e della relativa storiografia (politica, arte, diritto, economia, guerra

    ed eserciti e cos via).

    Il guaio che il concetto di storia generale del tutto privo di

    senso. Certamente esistono un pensiero storico e una scienza storica,

    vale a dire un atteggiamento culturale e un metodo comuni a tutte le

    discipline storiche: dunque corretto, anche se un po tautologico, definire

    la storia militare come disciplina specialistica della scienza storica,

    come ha fatto nel 1976 un gruppo di lavoro dellufficio storico della

    Bundeswehr(MFA) presieduto da H. Huerten. Ma scienza storica non

    equivale affatto a storia generale. Forse piacerebbe chiudere la storia in

    un suo ghetto dilettevole quanto innnocuo e insignificante, ma per fortuna

    il pensiero storico spunta dappertutto e la critica storica onnivora.Ma non pu esistere una storia che, per quanto vasta, complessa e

    magari universale, non sia in realt specialistica, se non in relazione

    alloggetto almeno allo scopo. Lo sono anche la storia della storiografia e

    quella, pi penetrante e meno frequentata, del pensiero storico (nel senso

    definito da Santo Mazzarino). In realt lunica chiave in cui possibile

    concepire una storia generale quella escatologica della storia sacra e

    della filosofia della storia, non a caso antagonizzate dalla relativa

    storiografia critica.

    In realt il concetto di storia generale il mero riflesso

    dellordinamento accademico, dove le discipline storiche fondamentali

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    sono scandite per epoche (o meglio in base alla diversa difficolt di

    leggere e interpretare le fonti) mentre quelle connotate da aggettivi non

    temporali (storia americana) o da genitivi (storia dellarte) sono in

    genere considerate ancillari e spesso facoltative. Ma questa prassi dellacorporazione accademica risponde a criteri talmente lontani dal rigore

    epistemologico da riconoscere specializzazioni addirittura esilaranti

    come la storia del Risorgimento di spadoliniana memoria.

    La scansione per epoche riflette il passato predominio della

    storia politica o nazionale (histoire-bataille) derivata dalla storiografia

    classica e dallannalistica. Ma oggi, per fortuna, ciascuna specializzazione

    epocale indica soltanto un fascio di discipline particolari, le uniche che

    abbiano davvero un senso e un interesse scientifico. In realt la scansione

    per epoche si limita a registrare il diverso rango socioculturale delle

    storiografie, dalleccellenza aristocratica della storia antica e

    medievale fino al lumpenproletariatdella storia contemporanea, talorameno acuta e informata dei tanto disprezzati contributi extra-accademici

    alla ricostruzione e narrazione del passato.

    Loggetto e lo scopo. Quale specificit della storia militare?

    Tra i molti vantaggi pratici di questo incasellamento della storia

    militare in quella generale vi di sgombrare il campo da ogni

    complicazione epistemologica. Infatti se una semplice parte di un tutto, il

    problema riassorbito dalla generale epistemologia del metodo storico.

    Ma su cosa si fonda allora, la specificit della disciplina? La

    risposta, altrettanto lapalissiana, che si fonda sulla specificit del suo

    oggetto, vale a dire ilmilitare. E su cosa si fonda, allora, la

    specificit del militare? Clausewitz, com noto, se la cavava con una

    metafora un po zoppa: la tattica (ossia il campo specifico del

    militare) non ha una logica distinta dalla politica; tuttavia gode nei

    confronti della politica della medesima autonomia che una grammatica

    avrebbe rispetto alla logica. Francamente non mi pare che questo

    elegante giochetto spieghi gran che: Mao Zedong andava pi al sodo

    quando diceva che spettava al partito comandare i fucili.

    Infatti del tutto impossibile delimitare concettualmente un campo

    di ricerca usando un aggettivo sostantivato come surrogato di unsostantivo che, non a caso, nessuna lingua ha mai potuto coniare.

    Laggettivo militare pu applicarsi ad un numero assai elevato di

    sostantivi, dalla filatelia alla musica, inclusi molti sostantivi che indicano

    vere e proprie discipline; non soltanto, com ovvio, quelle che designano

    le applicazioni tecniche delle scienze esatte, ma tutte le scienze umane:

    geografia, diritto, economia, politica, arte, sociologia, filosofia, psicologia,

    teologia,genderstudies ... perch non c facolt o attivit umana che non

    sia investita dalla guerra e non possa essere sfruttata come fattore bellico e

    anche specificamente militare, magari a cominciare proprio

    dallantimilitarismo e dalle ricerche sulla pace.

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    Non c dunque da meravigliarsi se finalmente, soprattutto negli

    ultimi decenni, tutte le scienze umane diverse dalla storia hanno

    cominciato ad investigare gli aspetti storico-militari del proprio campo

    di indagine. Basta soltanto chiarire che una storia della medicina militare odellassistenza spirituale alle forze armate non sono la stessa cosa di una

    storia militare del servizio sanitario o del fattore religioso nella coesione

    delle truppe. Quel che le rende differenti il diverso interesse (focus,

    scopo, destinatario) della ricerca e dunque il tipo di fonti che essa deve

    utilizzare e di cognizioni che essa presuppone nello studioso. E dunque

    sullo scopo, non sulloggetto, che si fonda, o dovrebbe fondarsi, la

    specificit di una storia propriamente militare. Ed chiaro che, essendo

    il militare una semplice modalit della politica, lo scopo della storia

    propriamente militare non pu esser altro che uno scopo politico.

    Il settore di studi nel quale mi sono formato, quello della storia del

    diritto, ha conosciuto un dibattito epistemologico ben pi antico, piapprofondito e culturalmente pi agguerrito di quello che ha finora

    interessato la cosiddetta storia generale, per non parlare della storia

    militare, ultima arrivata. La storia del diritto stata infatti, dopo la storia

    sacra, la seconda disciplina storica affiancatasi al genere letterario della

    storiografia classica. Ma la storia del diritto non deriva dalla storia, bens

    dal diritto, che anchesso, come il militare, una semplice modalit della

    politica (con tutto il rispetto per la separazione costituzionale dei poteri,

    che sono, appunto, tutti politici).

    Come pi tardi la storia della medicina o delleconomia, anche

    quella del diritto non nata, infatti, da un accumulo di conoscenze

    storiche, bens da unesigenza critica - non soltanto tecnica, ma soprattutto

    etico-politica - interna alla scienza o alla prassi di riferimento (medica,

    giuridica, economica) resa stagnante dal principio di autorit e da una

    dogmatica considerata insoddisfacente. E a sua volta la storia del diritto

    stata, agli albori dellet moderna, lincunabolo della scienza politica e,

    agli albori dellet contemporanea, lincunabolo delleconomia e della

    sociologia.

    Anche nel campo degli studi storico-giuridici si verificata, a

    partire dalla fine degli anni Sessanta, una crescente inflazione degli

    approcci extragiuridici, invano avversata dai pochi autori che hanno

    cercato di difendere - anche con scritti teorici ma soprattutto con ricercheesemplari - la specificit della storia interna del diritto (vale a dire una

    storia rigorosamente giuridica) dal nuovo gusto sociologizzante per la

    storia esterna delle istituzioni e della prassi giudiziaria e negoziale: e

    della stessa scienza giuridica. Dubito che lapporto della nuova

    storiografia giuridica abbia davvero arricchito la storia economica, sociale

    e politica, o magari quella militare. Ma certamente la perdita di specificit

    e la conseguente marginalizzazione della storia del diritto ha impoverito la

    scienza giuridica, privandola dellunico antidoto critico al rapido rifiorire

    di una nuova dogmatica grossolana, brodo di coltura della barbarie

    giudiziaria e legislativa di cui questultimo decennio ci ha gi dato i primi

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    assaggi (come sempre nel vile silenzio, se non quando nella cinica

    complicit, di molti scienziati del diritto).

    La difesa accademica della storia militare

    Com logico, a sollevare un po di dibattito sulla natura e sugli

    scopi della storia militare, sono stati assai pi i suoi difensori che i suoi

    detrattori. Facendo un bilancio complessivo di tutti questi interventi,

    emerge anzitutto che si tratta di una difesa su due fronti contraddittori.

    Alcuni, come Corvisier, si sono preoccupati di difendere la dignit

    accademica di una disciplina a lungo disprezzata dalle universit, per lo

    meno da quelle continentali, ed ancor oggi appena tollerata con qualche

    sufficienza, secondo il principio che un sigaro e una cattedra non si negano

    a nessuno. E in tale perorazione non si mancato di esibire il martirologio

    degli storici militari allepoca della traverse du dsert, col celebre casodella cattedra a lungo negata a Delbrueck dallUniversit di Berlino e

    meno noti ostracismi contro gli eroici pionieri francesi fino al 1971,

    quando la Sorbona sessantottarda concesse finalmente una cattedra a Guy

    Pedroncini, forse perdonandogli lo studio collaborazionista sullalto

    comando del maresciallo Foch, in virt dellaltro suo studio-denuncia sulla

    censurata mutinerie del 1917.

    Naturalmente la difesa accademica deve sostenere che la storia

    militare non presenta sostanziali differenze di metodo e di interesse

    rispetto alle altre discipline storiche riconosciute dalluniversit. Infine lo

    stesso Corvisier riconosce giustamente di essere uno storico dei militari

    piuttosto che uno storico militare. Anche in Italia la situazione non

    diversa, se si pensa che la corrente oggi dominante nella produzione

    storico militare accademica formata dagli storici delle classi dirigenti

    (rappresentati dalle scuole torinese, padovana e napoletana) e che una

    commissione di dottorato formata da costoro ha ritenuto non attinente

    alla storia militare una proposta di ricerca sulla recezione di Clausewitz in

    Italia.

    Ho qualche dubbio, pensando allesperienza italiana e alle

    testimonianze dei colleghi francesi, che questa esibita civilizzazione

    della storia militare sia davvero in grado di superare i preconcetti e le

    preclusioni accademiche. Ma ai fini epistemologici una questioneestrinseca, se non del tutto irrilevante. Che luniversit di Berlino abbia

    fatto sospirare la cattedra a Delbrueck un aspetto della storia della

    cultura accademica tedesca, non della storia militare. Alla quale appartiene

    invece il tempestoso rapporto tra Delbrueck e il Grande stato maggiore

    tedesco, fino alla nota requisitoria dello storico contro il piano Schlieffen e

    le lezioni sbagliate tratte dalla strategia federiciana e dalla vittoria

    cannense di Annibale, per non parlare del tendenzioso fraintendimento

    della lezione clausewitziana.

    Naturalmente il punto di vista del Grande stato maggiore su

    Delbrueck era identico a quello dellUniversit di Berlino. Le burocrazie

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    corporative amano accreditarsi vicendevolmente sulla pelle degli eretici e

    dei contestatori, talora ricompensati da postume lacrime di coccodrillo.

    Sicuramente gli stati maggiori non hanno nulla da temere da una storia

    militare accomodata nelle universit ed estranea al dibattito sulle decisionistrategiche e militari attuali. La selettivit dellaccesso alle fonti

    archivistiche riduce fin quasi ad azzerarlo il rischio di polemiche fastidiose

    (e in ogni caso inessenziali) e il finanziamento di ricerche erudite migliora

    limmagine e il prestigio, se non della funzione militare, almeno della

    burocrazia in uniforme.

    Inoltre la difesa e linvoluzione accademica della storia militare

    confermano e rafforzano il radicato pregiudizio dei tecnici militari nei

    confronti della sua utilit pratica. Questo aspetto non stato finora

    chiaramente rilevato da coloro, pi numerosi degli accademici, che hanno

    difeso la storia militare sullaltro fronte, quello dellutilit per la strategia e

    il pensiero militare. Soltanto van Creveld ha rilevato di sfuggita che thissocializing of military history sfocia spesso in una ricostruzione epocale

    (static pictures), in una histoire-tableau, utilissima per ridurre gli

    anacronismi nei romanzi e nei film storici ma a spese dello storicismo,

    cio della critica e dellintelligenza storica del presente.

    e sutor ultra crepidam!

    Ma la polemica di van Creveld verte soprattutto sulle incursioni

    dissacratorie e pasticcione degli storici profani, accusati di non avere la

    pi pallida idea della guerra e del modo di essere degli eserciti, di far

    perdere di vista che lo scopo delle forze armate , o dovrebbe essere,

    quello di fare la guerra e di esporsi a foolish misunderstandings. Chi,

    fra gli storici militari duri e puri, di fronte a certi saggi di storia militare

    allargata non ha pensato almeno una volta al detto milanese offel fa l

    to mest (pasticciere, fa il tuo mestiere)?

    Ma a ben guardare non si vede per quale motivo i duri e puri

    debbano rammaricarsi se altre discipline, dal loro punto di vista e con le

    proprie metodologie, fanno qualche innocua e magari fertilizzante

    invasione di campo. Non solo del tutto legittimo, ma anche arricchente

    e dunque auspicabile che ci avvenga in misura sempre pi seria e

    rigorosa, anche per autoemendare, col tempo e la critica, qualchepazzesco fraintendimento (di cui non mancano certo esempi anche nella

    storia militare dura e pura). Senza contare che quel che non strozza

    ingrassa: in fondo lallargamento accademico della storia militare consente

    anche a noi cuculi, a rischio di estinzione per le micidiali doppiette degli

    stati maggiori, di deporre qualche strano uovo negli ignari nidi altrui ...

    La questione forte che deve interessare quanti coltivano la storia

    militare in rapporto alle esigenze strategiche e militari del presente,

    quella di giustificarla nellambito della scienza strategica, dellarte militare

    e delle discipline militari settoriali (tattica, organica, logistica). Per poterlo

    fare anzitutto necessario riflettere sulla vera origine della storia militare,

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    sfatando il luogo comune che la identifica con lhistoire-bataille, o

    histoire venmentielle messa in berlina sessantanni fa dalla scuola delle

    Annales. In realt queste definizioni spregiative, del resto abbastanza

    sciocche, si riferivano allenfasi narrativista della storiografia classica,vale a dire proprio a quella pretesa storia generale (o per meglio dire

    nazionale) scandita per epoche e periodi storici ricavati, come

    lannalistica, dalla prosopografia dei governanti, nella quale i difensori

    accademici della storia militare vorrebbero riassorbirla.

    Genealogia della storia militare dura e pura

    Le cose stanno per in modo diverso. Come la storia del diritto e

    quella della medicina e delle altre scienze e discipline tecnico-scientifiche

    e umane, la storia militare non deriva affatto dalla storiografia classica o

    addirittura dallannalistica, ma si costituita proprio in antitesi ad essa,esattamente come la storia socio-economica e culturale perorata dalle

    Annales.

    Allorigine della storia militare non ci sono n Tucidide, n i

    racconti polibiani e liviani della pugna cannense n i Commentari di

    Giulio Cesare e nemmeno il confronto machiavelliano tra la milizia degli

    antichi e quella dei moderni: questi ultimi sono semmai fonti retrospettive,

    non modelli per la storia militare. Allorigine della disciplina c invece il

    tipico lavoro dellintelligence, vale a dire la sistematica raccolta e il

    sistematico impiego ai fini decisonali di studi e rapporti degli

    ambasciatori, delle spie e dei comandanti, carteggio dei comandi periferici,

    interrogatori di prigionieri, statistiche socio-economiche, cartografie,

    progetti strategici, piani operativi, studi tecnico-scientifici, segreti

    industriali. La pi famosa, anche se forse non la pi antica raccolta di

    questo tipo di materiale quella iniziata nel 1675 presso ilDepot de la

    guerre annesso alla corte francese e affiancato a partire dal 1699

    dallanalogoDepot de la marine, entrambi illustri antenati degli odierni e

    declassati Services Historiques desArmes.

    Fu il materiale raccolto in questiDepots ad alimentare ilgrand

    dessein di Luigi XIV come la grande strategia di Lazare Carnot,

    lorganisateur de la victoire rivoluzionaria. Non furono i classici

    dellarte militare, ma gli studi elaborati sulla base di questo materiale,inclusi quelli inediti dellingegnere franco-savoiardo Bourcet, i testi che

    Bonaparte racconta di aver letto febbrilmente nelle due settimane

    dellagosto 1794 in cui, prigioniero nel Fort Carr di Antibes, sfidava la

    prospettiva di una morte ingloriosa approfondendo lo studio della manovra

    compiuta nel 1745, su consiglio di Bourcet, dallArmata delle Tre Corone

    borboniche comandata dal maresciallo Maillebois: e ora imitata, nel

    concetto generale, dallArme dItalie, aggirando dalla Liguria il

    dispositivo austro-sardo dellAlto Nizzardo.

    Era quindi una storia riservata o del principe, tanto pi

    importante quanto pi ignorata dai dotti (e dal potenziale nemico). Un tipo

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    di storia scientifica e finalizzata che venne per la prima volta

    democratizzata nel 1766 con la pubblicazione dellaHistory of the Late

    War in Germany di Humprey Evans Lloyd (il primo teorico

    anticonformista della strategia geometrica) e poi ancora nel 1797 con lastoria della guerra della prima coalizione di Gerhard Johann David von

    Scharnhorst, un artigliere hanoveriano di estrazione borghese, giustamente

    considerato il fondatore della storia militare scientifica. Continuata poi dal

    suo allievo e pupillo Clausewitz con le splendide monografie sulle

    campagne delle Coalizioni antifrancesi che hanno reso intellettualmente

    possibile il diverso progetto del Vom Kriege, insuperato tentativo di una

    teoria metastorica della guerra.

    Ci spiega il ruolo della storia militare nella formazione degli

    ufficiali di stato maggiore e degli uffici storici istituiti allinizio

    dellOttocento da tutti gli eserciti (e poi anche da molte marine) europei

    nellambito del comando del corpo di stato maggiore. Non servivano aformare i comandanti, ma a supportare lattivit dello stato maggiore con

    lo studio professionale e mirato dei precedenti e delle esperienze nazionali

    ed estere. Funzioni che oggi sono (o dovrebbero essere) proprie

    dellintelligence: esse costituiscono anzi lessenza stessa dellintelligence,

    che non consiste (o non dovrebbe consistere) nella mera acquisizione delle

    informazioni, ma nella capacit di processarle per orientare lazione di

    governo in tutti i settori, incluso quello politico- e tecnico-militare.

    Metamorfosi degli Uffici storici

    Nella seconda met dellOttocento fu questo secondo tipo di storia

    militare scientifica (ma in realt letteraria e generalizzante) a prevalere

    su quella applicata e pratica prodotta dagli stati maggiori. Probabilmente al

    declassamento degli uffici storici ha contribuito in modo decisivo

    lassorbimento delle loro funzioni pi qualificanti da parte dei servizi

    informazioni, militari e civili (a proposito di open sources, secondo il

    senatore Cossiga la CIA compra tutto e legge tutto: ma neppur lui, quando

    comandava le Forze Armate italiane, riuscito ad ottenere che le nostre

    molteplici rappresentanze a Washington acquistassero regolarmente

    almeno una piccola parte della sterminata e vertiginosa produzione

    anglosassone di libri strategici e militari. In fondo bastava prendere lametropolitana una volta al mese per andare a spigolare al mega bookshop

    militare della fermataPentagon).

    Eppure posso testimoniare che i nostri ufficiali operativi la storia

    militare pratica sono perfettamente in grado di scriverla. Ho avuto infatti la

    fortuna di partecipare, ovviamente da esterno e con i dovuti limiti di

    riservatezza, ad una eccellente analisi a tutto tondo dellesperienza

    delloperazione Ibis in Somalia compiuta dagli ufficiali frequentatori della

    XLVI sessione (1994-95) del Centro alti studi difesa italiano (alcuni dei

    quali reduci dalloperazione). E di sfogliare, ormai declassificato, uno

    studio dellVIII sessione (1956-57) sulle previsioni e provvedimenti per

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    un caso di invasione del territorio nazionale che dimostrava una acuta

    comprensione delle particolari caratteristiche strategiche e militari della

    guerra partigiana italiana - per inciso la pi lunga, sanguinosa e insidiosa,

    sotto il profilo militare, incontrata dalla WehrmachtnellEuropaoccidentale. Comprensione del tutto assente, ritengo, nella sterminata

    letteratura pubblicata in argomento, sempre pi rarefatta e istupidita

    dallabuso degli stereotipi e dei canoni tralatizi.

    Ci non significa ovviamente che gli Uffici storici siano divenuti

    superflui. A prescindere dalle numerose e complesse funzioni

    amministrative e archivistiche che in ogni caso li rendono necessari, dopo

    la seconda guerra mondiale la loro visibilit esterna stata semmai

    valorizzata, trasformandoli in enti culturali delle Forze Armate (come li

    ha definiti nel 1985 il secondo, e ultimo,Libro bianco della difesa

    italiano) e aprendoli pi o meno rapidamente (in Francia dal 1945) non

    soltanto alla pubblica consultazione degli archivi, ma anche allacollaborazione di studiosi esterni mediante commissione e acquisto, ai fini

    della pubblicazione, di opere dellingegno di interesse storico-militare.

    Naturalmente con alcune eccezioni, che in Italia riguardano ad esempio lo

    speciale Ufficio storico del Comando generale dellArma dei Carabinieri

    (non esiste lequivalente per gli altri corpi di polizia a statuto militare e

    civile, a parte qualche iniziativa collaterale o addirittura amatoriale).

    A differenza degli uffici storici continentali, quelli americani non si

    limitano per ad archiviare e microfilmare documenti cartacei, fotografici

    ed eventualmente cinematografici versati da enti esterni, ma progettano ed

    effettuano in modo autonomo vere e proprie campagne mirate di ricerca e

    acquisizione. Le pi interessanti dal punto di vista dottrinale e operativo

    sono quelle relative alla storia orale immediata delle campagne e delle

    operazioni militari. Questa prassi risale alloperazione Torch (lo sbarco in

    Marocco del 1942). Durante la guerra di Corea operarono 8 distaccamenti

    di storia militare e 26 nella guerra del Vietnam, dove furono realizzate

    1.500 interviste (la sola testimonianza orale del comandante in capo,

    generale William C. Westmoreland, un documento di 600 pagine). Nel

    1977-78, da interviste con approccio tematico fu tratto un documento di

    800 pagine sullArmy Aviation, considerato il testo di riferimento

    obbligato per qualsiasi studio sullimpiego degli elicotteri in un conflitto

    periferico.E naturalmente gran parte di questo materiale consultabile, non

    solo presso il Center of Military History di Washington, ma anche a casa

    propria in qualsiasi parte del mondo, semplicenente commissionandolo

    allUPA (University Publications of America). Per ora la collezione UPA

    Armed Forces Oral Histories include due documenti relativi alla seconda

    guerra mondiale (Combat Interviews e U. S. Army Senior Officer Oral

    Histories) e uno alla guerra di Corea (Korean War Studies and After

    Action Reports).

    Come racconta Frdric Guelton, al termine della guerra del Golfo

    questa esperienza fu imitata, sia pure a titolo sperimentale, anche dal

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    Service Historique de lArme de Terre (SHAT). La missione, ideata dal

    generale Janvier e affidata ad un solo ufficiale del SHAT, venne effettuata

    in sole due settimane in territorio saudita, iraqeno e kuwaitiano,

    relativamente al solo personale dellesercito francese (Division Daguet),registrando soltanto 22 cassette per complessive 30 ore.

    Il fatto che, diversamente dagli enti storico-militari della

    Bundeswehre delle Forze Armate francesi e americane, gli Uffici storici

    italiani siano rimasti formalmente inquadrati nei rispettivi stati maggiori di

    Forza Armata anzich posti alle dirette dipendenze del ministro della

    Difesa, non implica certamente che la loro attivit abbia ancora qualche

    influenza, neanche minima e indiretta, nel processo decisionale

    politico-strategico: implica semmai che sono un po pi vincolati da

    supervisioni non professionali, un po meno liberi di sviluppare una

    efficace politica interforze della ricerca storico-militare e un po meno

    tenuti presente dal ministro.A dire il vero, si direbbe che sia alquanto limitata anche linfluenza

    del Centro militare di studi strategici fondato nel 1987 dal generale Carlo

    Jean e perfino quella del nostro servizio informazioni militare, considerato

    che lunica guida a disposizione del comandante della missione Alba (la

    prima missione internazionale sotto comando italiano) era il numero

    speciale diLimes sullAlbania, cartine incluse, acquistabile dal giornalaio

    a 10 euro e rotti. Comunque qualora, per assurdo, stato maggiore, governo

    e alto commissariato non sapessero gi tutto quel che c da sapere, ritengo

    che i nostri uffici storici sarebbero in grado di fornire allistante, in

    comoda e piacevole lettura, tutti i supporti informativi, editi ed inediti,

    sulle interessanti esperienze fatte dallItalia durante le sue precedenti

    occupazioni dellAlbania e del Kosovo (dal 1914 al 1943). Il fatto che sia

    passato mezzo secolo ha unimportanza relativa, se qualcuno, come ad

    esempio Guelton, ritiene che, prima di invadere lAfghanistan, lUnione

    Sovietica avrebbe fatto bene a studiare le due disastrose campagne inglesi

    del 1839 e 1878.

    Histoire critique e idola tribus

    Anche nellepoca in cui gli Uffici storici erano maggiormente

    considerati nellambito degli stati maggiori, la loro attivit aveva poco ache vedere con il tentativo di distillare regole, principi,

    ammaestramenti (o, come preferiscono gli autori angloamericani,

    lessons, predicaments, predictions) dallesperienza militare del

    passato, come facevano i trattati di strategia e arte militare coevi o

    posteriori al VomKriege.

    Nellaotice sur la thorie actuelle de la guerre et sur son utilit

    premessa alPrcis de lart de la guerre, Antoine Henry Jomini racconta di

    essersi rejet sulla storia militare per cercarvi le vere regole e una

    teoria oggettiva della guerra, lasciando le champ toujors si incertain des

    systmes personnels esposti nei trattati sullarte della guerra;

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    naturalmente non larida e minuziosa histoire purement militaire, n

    lhistoire la fois politique et militaire, bens lhistoire critique,

    applique au principes de lart, et plus spcialement affecte dvelopper

    les rapports des vnements avec ces principes. Una storia criticainiziata da Feuquires e da Lloyd e che Jomini riteneva di aver rifondato

    con la suaHistoire critique et militaire des guerres de larvolution (a suo

    dire scopiazzata dallodiato Clausewitz almeno per la campagna del 1799

    ...). Come la maggior parte degli scrittori di strategia e arte militare,

    Jomini considerava la storia come stratgothque universelle, secondo

    lefficace concetto coniato dal generale Lucien Poirier (Les voix de la

    stratgie, Paris, Fayard, 1985, pp. 26 ss.).

    In realt, jominiana o delbrueckiana, lhistoire critique non imped

    agli stati maggiori di trasformarsi in popoli del Libro. Ciascuno brandiva

    il suo, chi il Vom Kriege, chi gliEtudes sur le combatantique et moderne,

    chi ilDominio dellaria: tutti, beninteso, intonsi come il Corano dei cattivimusulmani e la Bibbia dei buoni cattolici. Ma, a parte il culto totemico

    degli idolatribus, le dottrine operative e la regolamentazione tattica, per

    non parlare dellalto comando politico-militare, non sapevano proprio che

    farsene di una storia militare scientifica beatamente ignara che la guerra

    assomiglia ad un camaleonte e incapace di interpretare lo sviluppo

    tecnico-scientifico e le reali questioni sul tappeto. Il cui contributo, a forza

    di distillare e semplificare, si riduceva in definitiva a quattro o nove

    principi della guerra, illuminanti come responsi della Sibilla cumana, e

    cos tanto immutabili e universali da differire a seconda della lingua

    nazionale.

    Innere utzen der Militaergeschichte

    Nel 1960-61, mentre si stava ancora completando il riarmo

    tedesco-occidentale nel quadro atlantico, sulle pagine della Wehrkunde si

    tenne un coraggioso dibattito sullutilit della storia militare, una

    disciplina assai apprezzata nellaDDR per linflusso del pensiero militare

    sovietico, ma che nella Repubblica Federale era stata investita

    dallelaborazione del lutto per la seconda e decisiva sconfitta della

    Germania e, in qualche misura, perfino dallideologia della

    denazificazione e dellespiazione della colpa collettiva che avevacondotto addirittura a bandire lo stesso concetto di geopolitica.

    Il dibattito tendeva a difendere lutilit (utzen) della storia

    militare non tanto allinterno delle universit (dove non era nemmeno

    pensabile poter rimettere piede) quanto allinterno della nuova

    Bundeswehr(una forza armata che presentava lInnere Fuehrungcome

    una rottura della tradizione militare nazionale, quando era invece il

    culmine dellAuftragstaktik; e che, ancora negli anni Settanta, pensava di

    fregare i German haters aggiornando il canzoniere conJohn Browns

    Body e When theSaints).

    Nel dibattito risult minoritaria la tesi dellutilit pratica per

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    trarne un metodo applicato (applikatorischeMethode) alla soluzione dei

    problemi operativi. Questione ampiamente discussa in rapporto alla

    questione della teoria della guerra nel IV capitolo del secondo libro del

    Vom Kriege dedicato al methodismus, ossia alla dottrina eregolamentazione delle operazioni militari. E per significativo che

    nessuno degli autori intervenuti nel dibattito, neppur quelli che

    difendevano lutilit pratica del metodo storico, si sia richiamato a queste

    pagine, forse le pi analitiche e acute mai scritte in materia. Maggiori

    consensi vennero invece alla tesi minimalista, che riconosceva alla storia

    militare una utilit interiore (Innere utzen) per la formazione culturale

    e intellettuale delluomo di guerra (non solo il soldato, ma anche il

    diplomatico, lo statista, lo speculatore, il pacifista ...).

    Ma, se non conserva pi alcuna utilit ai fini della decisione

    tecnico-politica, perch mai la storia militare dovrebbe essere necessaria, o

    almeno utile per la formazione intellettuale o almeno culturale delluomodi guerra? Molti famosi signori della guerra, da Bonaparte a Patton, hanno

    testimoniato e raccomandato di leggere i classici dellarte militare e le

    memorie dei grandi capitani. Lawrence dArabia diceva che con duemila

    anni di esperienza alle spalle non abbiamo alcuna giustificazione se non

    sappiamo fare la guerra. Ma tutti costoro ritenevano che la storia militare

    avesse scopi pratici, non soltanto interiori.

    Certamente, nella tassonomia didattica dellarte militare, la storia

    resta parte, assieme alla geografia e allingegneria militari, del trivio

    degli studi ancillari e propedeutici (ma sotto un altro punto di vista,

    superiori) che avrebbero dovuto vivificare il quadrivio (strategia, tattica,

    organica e logistica). Tuttavia ha senso soltanto se strettamente riservata

    alla formazione di una specifica competenza militare, quella cio

    dellufficiale superiore di stato maggiore (che a mio avviso dovrebbe

    essere ripristinato proprio come corpo autonomo, per assicurare la vera

    direzione tecnico-militare di una presudo-professione che di fatto si

    risolve in una mera sommatoria di mille mestieri differenti).

    Al contrario la storia militare stata declassata al livello

    elementare degli allievi ufficiali di linea - per giunta imparata a

    pappagallo, tra lora di scherma e quella di ballo, su sinossi scritte da

    pedanti e insegnate da ignoranti (Giuseppe Moscardelli, che teorizzava e

    soprattutto praticava lanticattedra, lunico docente, non soltanto fraquelli di storia militare, ancor oggi ricordato con affetto dai veterani usciti

    da Modena negli anni Cinquanta e Sessanta. Addio, mio capitano!). Fatta

    in questo modo e con quel destinatario, la didattica della storia militare

    ha finito per trasformarsi nella pi efficace immuno-profilassi contro ogni

    eventuale interesse storico e ogni capacit storico-critica dei futuri

    ufficiali.

    Processo culminato di recente con linserimento di corsi

    storico-umanistici forniti dalle Universit viciniori agli Enti di

    reclutamento dei sottufficiali e volontari di truppa a ferma quinquennale,

    nella pia speranza di incentivare le vocazioni guerriere con lesca della

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    laurea breve (da non confondere col sistema liberale dei prestiti donore

    e delle borse di studio che si usa in America. Noi infatti facciamo

    alleuropea, aggiorniamo lancien rgime, quando il rollo di milizia

    garantiva esenzioni da tasse e corves, privilegio del foro civile ecriminale, porto darmi e licenza di caccia. Ma la carne da cannone, gente

    in grado di vedere la faccia del nemico, si razziava nelle taverne e nelle

    carceri o si acquistava da imprese specializzate).

    Pu dispiacere che nel dopoguerra sia scomparsa, in modo pi o

    meno permanente, dai corsi superiori di alcune scuole di guerra europee

    (dai programmi svolti negli anni Ottanta presso lAir University americana

    si ricava per un giudizio del tutto opposto). Tuttavia, considerata lattivit

    che si ricava ad esempio daAlereFlammam, il notiziario della Scuola di

    guerra dellEsercito Italiano, forse stato meglio cos, nonostante il valore

    di alcuni docenti di storia militare (ad esempio i generali Stefani e Pirrone

    e, per lIstituto di guerra marittima, lammiraglio Ramoino) e con tutta ladovuta considerazione per qualche testo notevole comeIl conflitto civile

    cinese (1945-49).

    Del resto la Scuola di guerra italiana ha incontrato la storia militare

    anche in altri contesti didattici, soprattutto presso le cattedre di tattica e

    logistica, ma anche nellattivit del Centro analisi sui conflitti

    contemporanei di Franco Alberto Casadio collegato con la cattedra di

    strategia globale del generale Boscardi (fortunatamente la preziosa

    documentazione accumulata in ventanni stata salvata dallincuria

    burocratica per generosa iniziativa personale dalla dottoressa Marina

    Cerne, che la conserva nella sua casa di Gorizia mettendola a disposizione

    della locale universit). O nel magnifico elaborato sul dibattito relativo

    alle difese alternative prodotto da un gruppo di lavoro del corso

    superiore del 1976, non a caso animato dallallievo Carlo Jean.

    Invece il fatto di aver conservato o ripristinato la storia militare

    nelliterformativo degli ufficiali subalterni a mio avviso un omaggio

    quanto meno inutile, se non addirittura controproducente. Almeno

    fintantoch cadettini craniorasati come galeotti, stremati dal bromuro e

    dallattivit ginnico-sportiva e rincretiniti dallanalisi matematica,

    dovranno sbattere i tacchi ad ogni cambio di professore incravattato e

    supponente. Vale a dire fintantoch literformativo non verr impostato in

    modo radicalmente diverso dallattuale, abbandonando i ritmi di Stakanove i criteri pedagogici di Procuste e Torquemada (espiazione, sofferenza,

    completomania, livellamento, ipocrisia, conformismo) e coltivando invece

    spirito critico, indipendenza di giudizio, iniziativa, responsabilit, piacere

    di apprendere da s, propensioni e qualit personali. Tra le quali, talora,

    potrebbe esserci perfino un talento storicista.

    La vera questione che la storia militare sia in grado di fertilizzare

    il pensiero strategico militare e il processo decisionale politico-militare.

    Non ha alcuna importanza che tutti gli ufficiali, specialmente quelli

    esecutivi e operativi, da bambini ne abbiano sentito parlare. Niente paura:

    non voglio limitargli la carriera: ma non sono certo quattro fesserie

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    pseudo-storiche a stabilire se nel loro zaino c o no un bastone da

    maresciallo.

    Exempla historica e predizioni

    Dicono che un presidente del Consiglio italiano, il quale ha appena

    pubblicato le sue memorie di guerra, tenga sul comodino Sun Zu. Pare che

    ci gli conferisca qualche prestigio presso i sostenitori e unaura di

    insidiosa temibilit presso gli avversari. Dopo aver letto cose

    comprensibili, ma liddellhartiane, nella versione italiana dalla traduzione

    inglese; e cose non soltanto del tutto diverse, ma anche del tutto

    incomprensibili, nella versione italiana dal cinese, confesso di essermi

    chiesto se il Sun Zu ad uso dei Figli della Porta dOccidente (in cinese

    equivale asons of a bitch) non sia per caso un abile falso storico messo in

    giro dai geniali strateghi della Mitsubishi per convincere le contropartieuro-americane che dietro gli occhi a mandorla ci sia un modo diverso e

    astutissimo di trattare gli affari (magari la strategia dellun demiplus su

    cui si sbizarrito, nel 1983, il geniale Jean Esmein).

    Utilizzare la storia come strategoteca come leggere Sun Zu o,

    nella variante muliebre, consultare lI Ching, equivalente cinese dei meno

    raffinati Tarocchi. La letteratura strategica non la sola a farlo. Lo fanno

    anche, ai propri fini, anche le scienze umane predittive, dalla sociologia

    alla politologia alleconomia. Infatti queste discipline utilizzano la storia

    sotto forma non tanto di indagini diacroniche, quanto piuttosto di case

    studies, una tecnica argomentativa che i vecchi e nuovi manuali di retorica

    chiamano exempla historica.

    Alluso degli esempi storici nei trattati di arte militare e strategia

    Clausewitz ha dedicato il VI capitolo del secondo libro del Vom Kriege,

    distinguendo luso meramente retorico (come semplice illustrazione o

    sviluppo del pensiero o argomento probabilistico a sostegno di una

    determinata tesi) dallo studio comparato di un complesso di molti

    avvenimenti storici allo scopo di dedurne insegnamenti che in tali

    testimonianze trovano la loro vera prova. A suo giudizio gli esempi

    storici chiariscono la materia e costituiscono altres le prove pi solide

    nelle scienze sperimentali. Lunico propblema , a suo avviso, soltanto

    quello di saperli usare, guardandosi da una lunga e interessante tipologia dierrori frequenti, in primo luogo quello di scambiare quantit con qualit e

    pertinenza.

    Ma proprio la pertinenza degli esempi storici ad essere sfidata dal

    mutamento storico. Pi noi penetriamo - scrive Clausewitz - nei

    particolari delle cose, allontanandoci dai rapporti generali, tanto meno

    possiamo scegliere i modelli e i dati di esperienza nei tempi lontani:

    giacch non ci possibile apprezzarne sufficientemente gli avvenimenti,

    n applicare i risultati di questo apprezzamento ai nostri fini, dato il

    cambiamento completo avvenuto nei mezzi.

    La pertinenza degli esempi storico-militari stata contestata tre

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    volte, durante il Novecento, in corrispondenza di fratture epocali

    dellesperienza bellica: lavvento della guerra di macchine e della

    guerra totale gi previste da Ivan Bloch (non uno storico, ma un

    geniale poligrafo economista), poi lavvento dellera nucleare, infinelodierna rivoluzione negli affari militari e lambizione americana di

    progettare il modello di sicurezza globale e la struttura delle forze armate

    necessari per governare il XXI secolo.

    Van Creveld assesta una splendida stilettata cattivista ricordando

    una quarta frattura epocale: quella dei whiz-kids chiamati al Pentagono da

    Robert McNamara, che depisedmilitary experience (and history) but

    seemed to know everything about economics, management, system

    analysis, and computer service. Unfortunately, it soon turned out, they

    know absolutely nothing of war. Non detto peraltro che in Vietnam gli

    storici militari avrebbero ottenuto risultati migliori degli enfants-prodige.

    Semmai pi interessante ricordare che, durante la crisi dei missili del1962, il presidente Kennedy, cio il tutore politico dei maghetti, si mise

    a leggere il saggio di Barbara Tuchman sullo scoppio della prima guerra

    mondiale.

    Le polemiche futuriste contro la storia militare che serve a

    preparare le guerre del passato sono tuttaltro che infondate e futili. Sono

    anzi talmente interessanti che dovrebbero essere oggetto di una specifica

    indagine di storia militare comparata (il fatto che non risulti a me, non

    significa certo che qualcuno non labbia gi scritta). Sicuramente pi

    civile impiegare concetti storiografici come frattura ed epoca per

    zittire i grilli parlanti che spiaccicarli a martellate sul muro col sistema di

    Pinocchio (almeno dal mio punto di vista di grillo parlante sulla riforma

    italiana del reclutamento militare).

    Purtroppo, per, per comprendere rispetto a cosa le fratture

    epocali sono fratture occorre sapere come le cose stavano prima, come

    stanno adesso e come prevedibilmente staranno dopo levento considerato

    epocale. Cio necessario fare, magari senza saperlo, una ricerca storica

    originale e pronunciare un giudizio storico. Forse per questo i rotocalchi

    segnalano in media un paio di rivoluzioni sessuali allanno. Ma soltanto la

    ricerca storica in grado di valutare la vera portata di una rivoluzione

    militare (cfr.A League of Airmen. U. S. Air Power in the Gulf War, uno

    studio, pubblicato nel 1994, condotto nellambito del Project Air Forcedella RAND Corporation). Oppure, meglio ancora, di scoprire le

    rivoluzioni silenziose, quelle di cui non si avuta alcuna

    consapevolezza esterna, come ha fatto Guy Hartcup in The Silent

    Revolution. Development of Conventional Weapons 1945-85 (Brasseys,

    1993).

    Daltra parte dubbio che, oltre ad esporre e persuadere, gli

    esempi, anche pertinenti, servano davvero ad accrescere la conoscenza e

    indurre principi e regole generali. Il limite degli exempla di fondarsi

    sullanalogia. Beninteso, senza analogie e metafore non solo non potrebbe

    esserci la scienza, ma neppure il linguaggio umano. Ma lanalogia per

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    sua natura autoreferenziale e tautologica: vale a dire ci conferma, in forma

    ordinata e corretta, quel che avevamo gi compreso in altro modo.

    Secondo la stroncatura iconoclastica di Mearsheimer, le opere e le

    citazioni storiche disirBasil H. Liddell Hart sarebbero mera falsificazioneal servizio di una teoria strategica preconcetta, vale a dire quella

    dellindirect approach. Un giudizio che non ha mancato di sfiorare, a mio

    avviso ingenerosamente, anche la liddellhartiana Grand Strategy of the

    Roman Empire (1976) di Edward N. Luttwak, che anchessa un superbo

    apologo, sorretto da una ricerca storica solida e diretta, per quanto

    innovativa e non conformista, in cui si utilizza unidea della strategia

    difensivista dellaPax Romana per perorare una svolta radicale nella

    strategia difensivista dellaPax Americana.

    Ma il peccato che Mearsheimer contesta a Liddell Hart e altri a

    Luttwak, in realt il peccato originale della scienza storica. Senza

    unidea forte e preconcetta, vi sarebbero tuttal pi cronaca e narrazione,giammai interpretazione, spiegazione e giudizio, cio la ragion dessere, il

    Berufdella scienza storica. La stessa scelta del tema, dalla quale dipende

    linvenzione (inventio) delle fonti (vuol dire trovarle, non

    inventarsele!), predetermina il risultato, figuriamoci i criteri

    metodologici, lo strumento concettuale impiegato nella ricerca e luso

    analogico dei risultati. E vero che il concetto di indirect approach non si

    trova nelle fonti relative agli esempi storici considerati da Liddell Hart:

    ma,felix culpa!, questa sua aggiunta interpretativa, aprioristica e forse

    forzata negli esempi da lui scelti, resta nondimeno uno strumento

    permanente di orientamento non soltanto del pensiero e delle decisioni

    strategiche successive, ma anche dellinterpretazione storica.

    Van Creveld ha criticato luso, anche corretto, dellanalogia,

    osservando giustamente che un errore credere che si possa apprendere

    qualcosa soltanto dai casi analoghi. Piuttosto, scrive, spesso una radicale

    diversit di circostanze che pu condurre alle intuizioni pi profonde. Ma

    la vera questione che luso degli esempi storici non riguarda

    lepistemologia della storia militare bens quella dellarte militare e della

    strategia.

    La critica storicista delle questioni militari

    In realt gli esempi storici non solo non riguardano la scienza

    storica, ma sono proprio il contrario dello storicismo. Lo stesso concetto di

    esempio storico manifesta lingenua convinzione che la storia sia una

    scienza del passato, circondata dalla paciosa neutralit delle cose inutili

    e dalle piacevolezze dellotium et dilectum. Una scienza che si vorrebbe

    talmente istupidita dallarchiviodipendenza e dallossequio conformista,

    da ratificare e addirittura interiorizzare i vari off limits piantati a

    difendere lattualit dalla critica storica (dalla regolamentazione

    dellaccesso agli archivi alla tutela giudiziaria non soltanto

    dellonorabilit, ma anche dellaprivacy).

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    La storia antica dimostra che la scienza storica non dipende dagli

    archivi, ma dalla capacit di trovarsi le fonti, inclusa la capacit di crearle

    ex novo, come insegna il metodo della storia orale. In ogni modo la storia

    immediata ha a disposizione le stesse fonti aperte dalle qualilintelligence delle barbe finte trae (o dovrebbe trarre, se ne fosse capace) i

    nove decimi delle sue informazioni. La questione di avere il talento, o, se

    vogliamo dirla con Clausewiz, il coup doeildello storico.

    Del resto non detto che la storia militare pratica non possa

    utilizzare e processare anche fonti riservate: anzi, come abbiamo visto,

    essa nata proprio a questo scopo. Pu darsi che accada di rado, ma

    accade che storici professionisti, come altri tipi di scienziati, abbiano

    accesso a fonti riservate nellambito di consulenze per governi, parlamenti,

    stati maggiori, servizi informazioni e organi giudiziari. Il vincolo di

    riservatezza pu giungere fino a segretare in tutto o in parte il risultato o

    perfino la notizia stessa della ricerca, ma il fatto di non poterla pubblicare irrilevante se comunque influisce sulla decisione del destinatario.

    Peraltro la pregnanza della critica storica non dipende dalla

    cronologia. Vi sono questioni squisitamente storiche, come la morfogenesi

    del linguaggio strategico e militare, che non possono essere neppure

    impostate senza una solida base di filologia classica. E la questione di cui

    parla Clausewitz nel V capitolo del secondo libro del Vom Kriege,

    dedicato, appunto, alla critica. Nelle ultime pagine di questo lungo e

    denso capitolo, Clausewitz affronta anche la specifica questione della

    critica del linguaggio. Maggiori inconvenienti - scrive - si riscontrano

    nellapparato di terminologie, espressioni artificiali e metafore che i

    sistemi (teorici) trascinano con loro e che, al pari di una banda di

    ladruncoli, come il servidorame di un esercito, staccandosi dal loro

    principio, si aggirano in tutte le direzioni.

    E sempre consigliabile che laggiornamento delOTL

    (omenclatore Organico, Tattico eLogistico) si misuri col rasoio di

    Occam e col principio entia non sunt multiplicanda praeternecessitatem.

    Ma, soprattutto in materia militare, continui aggiornamenti sono

    assolutamente necessari. Una decina danni un qualificato ambiente

    nazionale fu colto da un breve sgomento allordine di improvvisare per il

    giorno dopo un simposio internazionale sulla sustainability. Inmancanza della pi recente letteratura militare americana per le surriferite

    ragioni burocratiche, un modesto habitus filologico indirizz comunque

    verso lesatta decrittazione del piccolo enigma. E mi pare che quel

    concetto si sia rivelato utilissimo per una migliore reimpostazione delle

    questioni logistiche. La filologia, che forse la pi raffinata e illuminante

    applicazione della critica storica, non si risolve nella mera decrittazione ed

    esatta comprensione di termini e concetti complessi. Essa rende pi

    coscienti delle implicazioni e dei condizionamenti culturali e ideologici

    del passato che sono incrostati e veicolati dalle parole e rende ragione

    delle infinite variazioni di senso e significato che esse subiscono in diversi

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    contesti epocali e culturali.

    Il rapporto fra teoria e critica storica non gerarchico, ma di

    interazione. Anche la teoria, secondo Clausewitz, serve alla storia. La

    storia della guerra, con tutte le sue manifestazioni, anche, per la critica,una sorgente di insegnamento ed naturale che la critica impieghi, per

    chiarire le cose, le luci stesse che lo studio dellambiente le ha fornito (...)

    La conoscenza dei fatti precedenti e contemporanei non si basa, infatti,

    esclusivamente su informazioni positive, ma sopra un gran numero di

    ipotesi e di supposti: non vi anzi, fra le notizie circa fatti puramente

    accidentali, quasi nessuna che non sia stata gi preceduta da congetture e

    presunzioni destinate a sostituire linformazione certa nel caso in cui

    questa mancasse.

    Infatti il compito della critica storica non di far rivivere glhanni

    gi fatti cadaueri dellAnonimo manzoniano, n di trarre ammaestramenti

    e precetti dal passato. Il suo compito invece quello di liberare il presente,cio luso che facciamo del linguaggio e della ragione, dai

    condizionamenti impliciti del passato. Non esiste un altro modo di

    liberarsene se non quello di riconoscerli e giudicarli. E puerile e illusorio

    pensare di chiuderli fuori dalla nostra vita personale e dalla nostra

    professione inventandoci un nuovo universo autoreferenziale: in questo

    modo semmai diamo loro nuove e migliori occasioni di nuocere alla

    libert del nostro spirito e del nostro intelletto. E soltanto la critica

    storica, in ogni campo del sapere e in ogni aspetto della societ e della

    persona che, almeno in qualche misura, pu liberarci dalla coazione a

    ripetere; che pu indicarci i veri percorsi intellettuali e interiori

    dellinnovazione e delloriginalit.

    Qualche difensore della storia militare dura e pura, come ad

    esempio Kaegi, si preoccupato di tracciare un elenco esemplare di punti

    e questioni qualificanti. Ma perch mettere limiti allumana Provvidenza?

    La vitalit di una disciplina non si misura dalle perorazioni e dalle casuali

    prescrizioni, bens dalla fecondit dei suoi prodotti. Il miglior contributo di

    van Creveld alla difesa della storia militare dura e pura non il saggio

    doccasione citato in bibliografia e spesso richiamato in questo testo, ma

    piuttosto la sua magistrale trilogia sulla logistica, il comando e la

    tecnologia in guerra, veri modelli di storia militare critica. E soprattutto

    linfluenza che van Creveld ha avuto sullattivit del TRADOC(Trainingand Doctrine Command) dellU.S. Army.

    Per capire la direzione e lo stato di salute della storia militare

    nellepoca della rinazionalizzazione della strategia basta andare in

    libreria. Osservare, ad esempio, leffetto penoso e sconsolante che fa lo

    scaffale dei libri militari italiani (e francesi) accanto a quelli dei libri

    anglosassoni e tedeschi. La produzione di testi di storia militare e

    geostrategica nazionale, estera e comparata che nellultimo decennio si

    verificata nei paesi anglosassoni e, sia pure in misura inferiore, anche in

    Francia e Germania, sterminata e cresce in misura esponenziale,

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    19

    arricchendosi di trimestre in trimestre di temi e filoni di ricerca nuovi, che

    gettano luce sul presente e sul futuro. Molte di queste opere sono con tutta

    evidenza, spesso esplicita, contributi ai centri di addestramento e dottrina

    delle Forze Armate americane impegnati nella sfida di progettare unostrumento non per loggi e il domani, ma per lintero XXI secolo.

    Ci rende significativa e pregnante la storia comparata e globale

    dei sistemi darma (ad esempio The Social History of theMachine Gun di

    John Ellis). Ma anche quella delle specialit delle forze armate; dei vari

    tipi di operazioni (nel deserto, subacquee, speciali, anfibie, verticali ecc.);

    della pianificazione e del comando, della formazione, del reclutamento.

    Per non parlare della storia nazionale e comparata del pensiero

    strategico (The Making ofStrategy. Rulers, States and War, a cura di

    Williamson Murray, MacGregor Knox e Alvin Bernstein: il capitolo

    italiano, di Brian R. Sullivan ci scatta la fotografia fin dal titolo: The

    strategy of the decisive weight). Un tipo di storiografia nel quale, secondolUniversit di Oxford, rientra quella recezione estera del Vom Kriege

    (Clausewitz in English. The Reception of Clausewitz In Britain and

    America 1815-1945 , di Christopher Brassford, 1994) che agli storici

    militari italiani, come s detto, sembr nel 1996 cos strampalata e fuori

    tema.

    E si moltiplicano i manuali di storia militare generale per le

    accademie, calibrati scientificamente sulle specifiche esigenze delle varie

    forze armate e delle varie categorie di futuri ufficiali, come sulle loro

    capacit di apprendimento in contesti culturali mutati e in mutamento

    continuo. Manuali che si vendono nelle librerie allargando il sapere oltre le

    anguste pareti accademiche e stabiliscono linguaggi comuni e interfaccia

    civili/militari.

    Considerazioni sul caso italiano

    A proposito di biblioteche, quando quel secchione di Clausewitz

    faceva il cadettino a Neuruppin (1796-1801), si spendeva lo stipendio alla

    libreria militare pi vicina, che stava a Rheinsburg. Tre anni fa ne stata

    aperta una anche in Italia, in una localit segreta del Triangolo industriale,

    a cento metri da una caserma napoleonica e da un dimenticato sacrario ai

    Caduti locali. Ovviamente quei trenta metri quadrati zeppi di libri (per trequarti anglosassoni) sono frequentati soprattutto da civili (esclusi, per

    carit, i docenti universitari, che in libreria ci vanno poco come autori e

    mai come clienti). Talora ci passano davanti, a frotte, i locali cadettini, che

    fanno colore come un tempo i martinitt. Loro ovviamente manco la

    vedono, ma non bazzicata soltanto da ufficiali ticinesi, poliziotte

    nazionali, obiettori di coscienza e aspiranti donne soldato. C anche

    qualche militare con le stellette al bavero: un noto tenente generale, molti

    carabinieri di ogni grado, qualche sottufficiale di carriera dellEsercito e

    della Marina e soprattutto soldati di leva, cemisini o non (gli ultimi zaini

    italiani dai quali potrebbe un giorno spuntare un bastone di maresciallo).

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    Nel caso italiano, lindagine epistemologica consente di cogliere

    alcune connotazioni storiche non soltanto delle istituzioni militari, ma

    anche dellalta cultura accademica. Per quale ragione, nonostante la mole

    impressionante di studi particolari, lItalia non riesce a produrre una sintesidella propria storia militare dal Rinascimento? Eppure non certo pi

    complessa di quattro secoli diAmerican Military History (cfr. le 800

    pagine curate da Maurice Matloff nel 1973) o di storia militare

    austro-tedesca (cfr. le 2.500 pagine della recente collana in 10 volumi

    Heerwesen der euzeit, Bernard & Graefe Verlag). Perch permane questa

    vistosa lacuna della storia politica dItalia? Perch, citando un libro

    semiclandestino, che si intitola intenzionalmente e provocatoriamente

    Storia militare della Prima Repubblica, un autorevole storico istituzionale

    dellEsercito italiano corregge istintivamente il titolo in Storia delle Forze

    Armate ...?

    Come osservava nel 1883 J. R. Seeley (The Expansion of England)la grande storiografia whig(ma poi, in forme diverse, anche la successiva

    storiografia liberal) riduceva la storia inglese alla storia del

    parlamentarismo e della legislazione, di fatto ignorando il contemporaneo

    sviluppo dellImpero britannico. Analogo il pi longevo pregiudizio

    anti-geopolitico della grande storiografia italiana. Essa ha infatti concepito

    la storia nazionale come storia delle lites riformiste e illuminate oppure

    delle classi subalterne, due prospettive ancora antitetiche allepoca di

    Croce e di Gramsci, ma che in seguito sono entrambe confluite nella storia

    unitaria del cosiddetto movimento di liberazione in Italia. Sono infatti

    entrambe accomunate dallinterpretazione della storia nazionale come

    storia civile della societ delleconomia della cultura; e anche delle

    pubbliche istituzioni e delle politiche di governo, tranne per quelle che

    maggiormente caratterizzano la soggettivit esterna dello Stato, cio

    politica estera e capacit militare. Con leccezione delle due fasi in cui i

    movimenti democratici condizionarono direttamente la politica estera e la

    guerra, cio Risorgimento e Resistenza, le grandi scuole civili hanno

    infatti ignorato o del tutto frainteso i fattori geopolitici e militari della

    storia italiana.

    Nellottica puramente autoreferenziale e autoreverenziale della

    storia civile italiana la storia militare non assume infatti alcun rilievo n

    pone alcuna questione. Irrilevante , per la nostra storia civile, laspiegazione delle vittorie delle sconfitte e delle riforme militari; insensata,

    quando non depistante e addirittura provocatoria, lanalisi dei secolari

    fattori strategici e geopolitici entro i quali sembra iscriversi lintero fato

    della Penisola, incluse le ragioni e le sorti della stessa storia civile, in

    verit pi condizionata (anche dallaRoyal avy) e meno incisiva di quanto

    possa mai spingersi a sospettare. E storia civile, infatti: non storia

    nazionale.

    Sullaltro versante, quello degli stati maggiori italiani, la storia

    militare scomparsa non solo dalla prassi ma anche dalla cultura e

    mentalit. Soprattutto, in un paese come lItalia, che aveva subito la

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    sconfitta e conservato la continuit istituzionale delle proprie forze armate

    postbelliche, la funzione della storia militare si trasferita dallambito

    scientifico e critico del pensiero e della politica militare a quello

    ideologico dellautorappresentazione e della propaganda.Cos, proprio nellepoca dei militari manager, la cultura militare ha

    seguito un procedimento opposto rispetto a quello della cultura aziendale.

    Studiare gli errori compiuti corrisponde per un esercito al circolo di

    qualit di unazienda e implica una logica di automiglioramento. Invece

    nelle Forze Armate italiane la storia militare stata studiata

    prevalentemente a scopo autocelebrativo, difensivo, autoassolutorio, non

    di rado con indirette ma pregnanti finalit giudiziarie. E divenuta parte di

    una involuzione burocratica.

    Ci stato in parte anche il riflesso della nascita, nellambito della

    saggistica e della storiografia politica e sociale italiane, di una

    controstoria, spesso apoditticamente polemica e maligna, delleesperienze belliche e delle istituzioni militari nazionali. Si deve peraltro

    riconoscere che la parte migliore e pi solida di questa storiografia civile

    dellarte e delle istituzioni militari, ha comunque aperto filoni di ricerca e

    sollevato problemi in precedenza insospettati e poco studiati proprio nei

    paesi occidentali in cui la storia militare classica ha maggiormente

    resistito al generale declino verificatosi nellera bipolare/nucleare. La

    storia civile del militare non una peculiarit italiana, ma certamente da

    noi non bilanciata dalla storia militare applicata che fertilizza il pensiero

    militare anglosassone. Daltra parte linflazione dellapproccio storico allo

    studio civile del militare spiega anche lo scarso sviluppo e il modestissimo

    livello della sociologia militare italiana, un imparaticcio amatoriale e

    ideologico di topiche mal recepite e raramente attinenti alle specifiche

    questioni della difesa italiana.

    La storia militare dunque concepita, al massimo, come un

    capitolo che si giustifica solo in funzione del suo oggetto, non gi del suo

    metodo e dei suoi scopi. Da parte della cultura accademica c stato

    addirittura un rifiuto ideologico di attribuire allo studio storico della guerra

    e delle istituzioni militari una qualsiasi finalit militare. Tutte le finalit

    sono state ammesse: il diletto, la curiosit, la denunzia, perfino la difesa

    della corporazione militare. Tutte tranne una: il contributo allefficienza e

    allefficacia del sistema di sicurezza e di difesa del paese e alla strategianazionale. Questo rifiuto ideologico squalifica moralmente e

    scientificamente la storia militare prodotta dallaccademia italiana. Basti

    fare il confronto con la storia del diritto, della medicina, della tecnica,

    delleconomia.

    E chiaro che questo tipo di storia militare non pu in alcun modo

    contribuire a fertilizzare la politica di difesa e la pianificazione militare e

    ad accrescere il controllo democratico e lassunzione di reponsabilit degli

    stati maggiori e soprattutto del decisore politico. Al contrario, incoraggia

    la ben nota prassi opportunistica di settorializzare le questioni per poterle

    gestire come variabili indipendenti e dunque come merce di scambio

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    politico con le lobbies, le corporazioni e le clientele sociali di riferimento.

    La storia della legislazione sulla coscrizione obbligatoria e sul servizio

    civile e dei tentativi di professionalizzazione furbastri e scervellati e

    perci matematicamente destinati al fallimento, sarebbe illuminante alriguardo, se il legislatore, prima di legiferare, si prendesse la briga di

    leggerla, visto che stata gi scritta. Occorre per che il consulente, per il

    il bene superiore e inestimabile della Corona, abbia la testa e le reni del

    medico chiamato a guarire la pazzia di Re Giorgio: esplicito nella

    diagnosi, inflessibile nella cura, fiero delle Regie Pedate di

    ringraziamento.

    Una sgradevole conseguenza ulteriore di questa latitanza nazionale

    e politica della storiografia accademica italiana che essa favorisce la

    riduzione del rapporto tra amministrazione e ricerca (accademica ed

    extra-accademica) al puro cerimoniale delle relazioni sociali delle Forze

    Armate, caratterizzato da riconoscimenti formali, acritici, reverenziali etalora perfino implicitamente derisori, calibrati sul rango accademico

    dellautore anzich sulla qualit e lattinenza del prodotto scientifico. Ma,

    quel che peggio, radica la naturale tendenza delle istituzioni corporative

    a evitare questioni complicate che richiedono sforzo autocritico e

    progettualit radicalmente innovativa.

    Nellepoca bipolare/nucleare lanomalia italiana rilevava

    comunque poco, perch la storia militare vera e propria, tale per lo scopo e

    non solo per loggetto, si coltivava poco ovunque, almeno in Occidente.

    Ma nellultimo decennio di rinazionalizzazione della difesa (con buona

    pace della chimerica difesa europea) questo ritardo culturale italiano

    andato via via emergendo in modo sempre pi vistoso. Forse la data di

    svolta il 1986, lanno in cui negli Stati Uniti si riconosciuto che la

    guerra fredda era stata vinta imponendo allURSS il ritiro degli

    Euromissili e che da allora ricominciava la storia, lepoca della guerra

    come strumento della politica. Quello infatti lanno in cui fu

    ripubblicato, con aggiornamenti e approfondimenti, Makers of Modern

    Strategy, il volume collettivo che nel 1942, lanno dello sbarco americano

    in Marocco, rappresent il primo concreto e prezioso contributo

    patriottico dellUniversit di Princeton allo sforzo bellico degli Stati Uniti.

    Due anni prima, a guerra appena iniziata, il maresciallo Badoglio, capo di

    stato maggiore generale italiano, aveva rifiutato di leggere un rapportosegreto sullo sviluppo dei carri tedeschi, annotando a margine ce ne

    occuperemo a guerra finita.

    De te fabula narratur. Ride, Re Giorgio, stringendo mani e

    lanciando ghinee nella conclusiva Totentanz. Non dimentica niente, come i

    Borboni di Napoli. E non impara niente.

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